I fratelli Augusto e Nazzareno Orlandi

Nuovo articolo per la rubrica "Zoom Ascoli" a cura di E. Tosti Luna

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L’emigrazione italiana nel mondo ha avuto il suo culmine tra Ottocento e Novecento, quando i nostri antenati lasciavano la nostra bella terra per cercare nel nuovo mondo più dignitose aspettative di vita, assicurando un futuro migliore ai propri figli. Furono tantissimi ad espatriare, non solo contadini o avventurieri in cerca di fortuna, ma anche artisti, invitati da amici là espatriati o dagli stessi governi per costruire e adornare edifici prestigiosi nelle città, teatri, chiese, palazzi istituzionali. E partirono ingegneri, architetti, pittori, scultori che lasciarono ovunque l’impronta del genio italico. Tra questi non mancarono gli ascolani, da Romolo Del Gobbo a Didimo Nardini, a Domenico Ferri, a Francesco Tamburini per citarne solo alcuni, che scelsero l’Argentina, dove il loro nome è rimasto scolpito in opere d’arte tutte degne di considerazione, espressione del fiero popolo piceno. 

Oggi mi piace ricordare i due fratelli Nazzareno ed Augusto Orlandi, anch’essi attratti dal fascino dell’America latina, entrambi pittori.
Pioniere fu Nazzareno (1861-1952) ritenuto “il più valente tra i pittori italiani emigrati in Argentina”. Formatosi alla scuola di Giorgio Paci, completò gli studi all’Accademia di Firenze dove si fermò per il servizio militare, producendo opere di soggetto militare. Rientrato ad Ascoli, si fece conoscere come ritrattista mirabile e lasciò opere in varie famiglie ascolane, poi, sotto l’influenza dell’architetto Tamburini che riscuoteva successi in Argentina partì anche lui. Impossibile enumerare le opere d’arte realizzate da Nazzareno in palazzi pubblici e privati, chiese e teatri sempre con soggetti diversi, senza mai ripetersi nella vastissima produzione, per merito di una fantasia straordinaria che suscitava ammirazione e consensi. Tra le chiese decorate a Buenos Aires ricordiamo la grandiosa cupola di Sant’Elmo con l’Incoronazione della Vergine, ricca di quasi un centinaio di figure con la Madonna che ascende al Cielo tra nuvole e angeli. Uno spettacolo che venne molto apprezzato anche dalla critica.
Altre opere di affresco le realizzò nei teatri di Buenos Aires, Santa Fè e Rosario, nei saloni dei palazzi del Governo, della Biblioteca nazionale, dell’Università di Medicina, della Pace, delle Poste, di varie Banche ed Hotel, di tanti altri edifici, a cui si aggiungono opere in ville e palazzi privati.
Nella Pinacoteca di Ascoli si conservano alcune sue opere, la più nota delle quali è “M’ama non m’ama” che raffigura una contadinella con la falce sotto il braccio sorpresa in una pausa di lavoro a sfogliare uno stelo d’erba.

Augusto (1879-1954) dal carattere più instabile, sempre in cerca di nuove emozioni ed incapace di fermarsi in un determinato luogo, fece più volte la spola tra Ascoli e Buenos Aires dove alla fine scelse di fermarsi. Per un certo periodo visse a Rosario di Santa Fè dove ha lasciato il suo capolavoro, il plafond del foyer nel Palazzo della Borsa in cui - scrive Riccardo Gabrielli- “su un cielo di tramonto si delinea una vasta città, ricca di ciminiere fumanti”, mentre nel centro spiccano tre figure allegoriche rappresentanti il Lavoro, l’Industria e il Commercio. A dominare la composizione il Telegrafo sotto forma di figura alata, e tra rami di quercia e di alloro i simboli della Arti e delle Scienze. Tornò in patria per partecipare alla prima guerra mondiale e nel 1919 lasciò definitivamente Ascoli dopo la Mostra d’Arte Ascolana del 1919. Eseguì anche ritratti ed opere di carattere religioso e paesaggistico, ispirandosi alla nostra terra picena, come quello dedicato al monte Vettore. Giulio Cantalamessa apprezzò particolarmente il ritratto della sorella Maria, esposto nel 1935 all’Esposizione Marchigiana di Macerata, ritenendolo “degno di figurare accanto ai ritratti dei migliori pittori dell’Ottocento.”
Nella nostra Pinacoteca c’è un suo “Cristo in croce”, opera di intensa drammaticità.

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Scritto da Erminia Tosti Luna


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