Le donne guerriere nella storia di Ascoli, meta' Cinquecento

Approfondimento a cura di Erminia Tosti Luna

dal 01/03/2018 al 11/03/2018

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Laudomia era una nobildonna ascolana, consorte di messer Noro Jannella, una testa calda, scrive lo storico Marcucci. Il momento era tragico per Ascoli per l’imperversare del brigantaggio nel contado e le lotte intestine tra i rampolli delle famiglie patrizie al suo interno. E Noro il marito di donna Laudomia era tra questi ultimi, spesso al centro di fatti di sangue che lo portavano di frequente in carcere, come avvenne nel novembre 1538 per l’uccisione di un suo cugino e come avverrà negli anni seguenti. E finì i suoi giorni nel 1559 proprio in una di queste risse contro alcuni esponenti della famiglia Guiderocchi. Sua moglie, di lui profondamente innamorata, gli era sempre al fianco e nel 1538 escogitò un modo per liberare suo marito dalle patrie galere. Riportano le cronache e il Libro dei Consigli che si travestì da uomo e, accompagnata da dodici sgherri, fedelissimi suoi servitori, nottetempo si presentò alla porta delle prigioni cittadine dove, sotto la minaccia delle armi, riuscì a far uscire Noro con il quale raggiunse immediatamente il confine, trovando rifugio nel vicino Regno. Si fermarono a Teramo sin quasi a Natale. Il nuovo governatore di Ascoli Brunamonte Rossi di Assisi, giunto da poco in città, fu talmente colpito dall’amore coniugale e dal coraggio di donna Laudomia che riuscì a farla assolvere per il reato commesso. Una vera e propria eroina, stupenda figura di amazzone, Laudomia, e Marcucci la paragona alle più famose dell’antica Cappadocia e Sarmazia.

Laudomia non è la sola che la storia ascolana ci tramandi perché non possiamo dimenticarne altre al centro di fatti straordinari, ad iniziare da Elisabetta Trebbiani, una poetessa vissuta in Ascoli sul finire del Trecento. Definita dal nostro storico dama di gran valore, per proteggere suo marito Paolino Grisanti era solita accompagnarlo in abiti maschili, pronta a sguainare la spada in sua difesa. Fiera e valorosa, ferita in uno scontro armato, a chi le faceva notare il rischio che correva combattendo accanto al suo uomo, rispondeva che “debbon essere i coniugati, come l’angelo custode, senza mai abbandonarsi”. E detto da una donna che insieme alle armi coltivava la poesia e le belle lettere ci lascia sbalorditi.

Nel Quattrocento incontriamo altre due figure femminili dotate di coraggio e sprezzo del pericolo, Flavia Guiderocchi e Menichina Soderini. Abili nel maneggiare le armi del tempo, la lancia e il brando, partecipavano ai tornei cavallereschi banditi in città, senza tralasciare di battersi a fianco delle milizie anche contro nemici esterni che aspiravano alla conquista dei nostri castelli. Come avvenne nel 1459 contro il duca d’Atri, battuto dai nostri soldati. Tornati in città tra le acclamazioni della folla, le nostre due fanciulle, ai cui piedi erano incatenati i prigionieri, sfilarono sul carro trionfale coperte dalle pesanti armature. Menichina era chiamata la guerriera e il suo nome è legato ad una giostra con l’anello combattuta in piazza Arringo, cui nel 1462 partecipò anche il conte Lodovico Malvezzi, un generale del re di Napoli in visita ad Ascoli. Maschilista qual era, per non farsi superare da una donna, il generale diede da fare come non mai cercando di vincere la giostra, ma si affaticò così tanto da ammalarsi di pleurite e in pochi giorni morì!

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Scritto da Erminia Tosti Luna


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